C’è una frase silenziosa che accompagna molte persone, spesso senza nemmeno essere pronunciata: non sono abbastanza…
Ho avuto modo in questo ultimo anno di affrontare questa tematica personalmente in modo diretto e anche, per certi versi doloroso. Innanzitutto la più grande difficoltà è stata riconoscerla come causa e fonte di un profondo malessere che mi accompagnava da anni, e che si manifestava – e mascherava – con una costante ricerca di “performance” in tutti i campi della mia vita. Poi ho avuto modo di sviscerarla e osservarla, grazie anche al sostegno di validi terapeuti ed amici.
È una sensazione sottile, ma persistente. Si insinua nelle giornate piene, tra una lista di cose da fare e un pensiero che non si ferma mai. Vive negli specchi che giudicano, nei confronti continui, nelle aspettative – spesso autoimposte – di dover essere sempre all’altezza
- Non abbastanza bravi
- Non abbastanza belle
- Non abbastanza presenti
- Non abbastanza realizzati
- Non abbastanza… tutto
E allora si fa di più, si dà di più, si prova a essere di più. Probabilmente in fondo, c’è un desiderio profondo: essere amati, visti, riconosciuti. E così nasce quella rincorsa alla perfezione che non ha mai una vera linea d’arrivo.
Il peso invisibile del “dover essere”

Viviamo in una società che, in modo diverso, chiede molto a tutti. Spesso sono le persone più sensibili e capaci a subire una maggior pressione.
Alle donne, spesso, si richiede di essere presenti, accoglienti, organizzate, gentili, belle, curate, in forma ed efficienti.
Agli uomini, di essere solidi, affidabili, performanti, sicuri, capaci di sostenere, decidere, riuscire.
Un uomo oggi può sentirsi sotto pressione nel lavoro, nel guadagno, nel ruolo di partner e di padre. Deve essere stabile ma anche brillante, forte ma anche sensibile e romantico, presente ma mai troppo fragile; deve “funzionare”, sempre.
Una donna può sentirsi tirata tra mille ruoli, con l’idea di dover tenere tutto insieme, senza mai cedere.
Ma il punto, in fondo, è lo stesso: il valore personale sembra dipendere da quanto si riesce a fare, a dare e sopratutto a dimostrare. E a quale prezzo?
Il corpo parla. Sempre. E spesso dice: fermati
Quando il fare supera l’essere, quando il dare diventa una misura del proprio valore, il corpo e la mente iniziano a mandare segnali. Stanchezza cronica, tensioni, insonnia, irritabilità… fino ad arrivare, nei casi più profondi, a disagi importanti come disturbi alimentari, ansia, auto svalutazione, depressione, difficoltà relazionali o senso di inadeguatezza persistente… un tarlo costante.
Ma noi, invece sotto la rigidità del nostro pensiero, stringiamo i denti, e andiamo avanti.
La trappola della perfezione

La perfezione è un’illusione sottile. Non esiste davvero, neppure in Natura, eppure guida scelte, comportamenti, pensieri, a scapito della nostra Armonia. Chi rincorre la perfezione raramente si concede – o perdona – l’errore, ma senza errore non c’è crescita, ma solo ossessione del controllo. E il controllo, nel tempo, si trasforma in rigidità, sia mentale che fisica.
Quante persone si negano il riposo e vivono in una corsa costante perché “c’è ancora qualcosa da fare”? Quanti genitori si sentono inadeguati nel crescere i propri figli? Quanti uomini sentono di non potersi permettere di fallire? Quante donne si guardano allo specchio e vedono solo ciò che non va?
Dietro tutto questo c’è spesso una ferita comune: quella del non sentirsi abbastanza amabili così come si è.
Tornare a sé: il vero atto rivoluzionario
Rallentare. Ascoltarsi. Accogliersi. Amarsi.
Sembrano parole semplici o scontate, ma nella vita reale se si entra nella loro essenza possono essere profondamente trasformative. Accettare di non essere perfetti significa, in realtà, iniziare a essere autentici, e nell’autenticità c’è uno spazio nuovo: quello in cui non serve dimostrare, ma semplicemente Essere ovvero crearsi un esistenza in armonia con il proprio Sè.
È da qui che può partire un cambiamento gentile verso noi stessi e che può contagiare anche il nostro nucleo famigliare e via via anche il contesto in cui viviamo.
I Fiori di Bach come supporto

I rimedi floreali possono accompagnare questo percorso interiore, aiutando a sciogliere schemi emotivi profondi e a ritrovare un equilibrio più armonico, sia nel femminile che nel maschile.
Non amo generalizzare perché ogni persona ha molte sfumature personali e a volte vive più stati emotivi di disagio contemporaneamente, ma eccovi le indicazioni su una selezione di Fiori particolarmente indicati per chi vive la sensazione del “mai abbastanza”:
–LARCH: per chi manca di fiducia in sé e si sente sempre un passo indietro rispetto agli altri
– PINE: per il senso di colpa costante e la tendenza ad attribuirsi responsabilità eccessive
–ELM: quando ci si sente sopraffatti dalle responsabilità e dal carico di cose da fare
–OAK: per chi non si ferma mai, continua a resistere anche quando è esausto
–CENTAURY: per chi fatica a dire no e mette sempre gli altri al primo posto
–CRAB APPLE: per il rapporto difficile con il proprio corpo e la sensazione di non piacersi
Un piccolo passo
Non serve cambiare tutto in un giorno. Non è questo l’approccio della Floriterapia e più in generale la filosofia del mondo Olistico. A volte basta iniziare, da piccoli passi, anche solo da una domanda diversa:
E se così come sono, oggi, fosse già abbastanza?

Non è una resa, è un nuovo potente inizio.
Smettere di correre o rincorrere e iniziare, finalmente, ad abbracciarsi con amorevolezza.
Affermazione da ripetersi ogni giorno: “Mi amo e mi apprezzo così come sono!”
Chissà se ti ritrovi anche tu in questo articolo. Se vuoi scrivimi, io ci sono e ti leggo volentieri.
1 Comment
Rossella Adami
15 Aprile 2026 at 15:25Grazie Mara per queste carezze al cuore e al corpo che ci doni con tanta dolcezza e autenticità.